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Il grande Pupi Avati, gli inizi da musicista e da rappresentante della Findus

02 Giugno 2017 Author :  

di Francesco Apicella

Vi voglio raccontare un aneddoto sul grande regista bolognese Giuseppe Avati, diventato famoso nel mondo del cinema col nome d’arte Pupi. ALL’inizio della sua carriera artistica tentò di affermarsi come musicista jazz e dal 1959 al 1962 entrò a far parte della “Doctor Dixie Jazz Band” come clarinettista ma l’ingresso di Lucio Dalla nella Band gli fece capire, con rammarico, che proprio non aveva talento per la musica. “Il mio sogno” raccontò in un intervista “era quello di diventare un grande clarinettista. Ma un giorno nella nostra orchestra arrivò Lucio Dalla. All’inizio non mi preoccupai più di tanto, perché mi pareva un musicista modestissimo. E, invece, poi ha manifestato una duttilità, una predisposizione, una genialità del tutto impreviste: mi ha tacitato, zittito, messo all’angolo. Io, a un certo punto ho anche pensato di ucciderlo, buttandolo giù dalla Sagrada Familia di Barcellona, perché si era messo tra me e il mio sogno”.Dopo questa cocente delusione, come clarinettista mancato,per guadagnare qualcosa ma, soprattutto, per distrarsi si mise a lavorare come rappresentante dei surgelati Findus. “Un incubo durato 4 anni” dirà in seguito “i peggiori anni della mia vita. A dire il vero non avevo mai, lontanamente, pensato di fare il regista cinematografico ma, poi, vidi il bellissimo film di Fellini “8 e mezzo” e rimasi affascinato dalla enorme potenzialità che il cinema poteva offrire alla fantasia, alla creatività e all’immaginazione. Col cinema si poteva fare davvero tutto!”Ma anche il ladro deve avere l’occasione per poter rubare e ad Avati, nel 1970, si presentò inaspettatamente l’opportunità di fare un film , grazie ai finanziamenti di un misterioso e provvidenziale imprenditore. “Una storia surreale”ha raccontato il regista “tutto cominciò con l’incontro con un nano che aveva la velleità di voler fare l’attore. Mi diede un appuntamento a casa sua e io ci andai. Sul citofono lessi il suo nome, si chiamava Adriano Nanetti. Mi sono sentito morire. Un nano che si chiamava Nanetti di cognome! Sarà uno scherzo, pensai. Comunque entrai nella sua casa e dietro di lui c’era un gatto soriano Arman ammaestrato. Quando sto per andarmene mi dice :”Comunque, dottore, se dovesse avere bisogno di un miliardo mi telefoni”.Una persona normale non avrebbe mai preso sul serio quella proposta, buttata lì ,a bruciapelo. Io, invece, la ritenni una cosa probabile. Perché no!.Una mattina, non riesco a resistere e dico a mia moglie:” Oh, io gli telefono”! E la cosa funzionò alla grande perché ottenni un enorme finanziamento. 160.000 milioni per girare due film “Balsamus, l’uomo di Satana” e “Thomas e gli indemoniati”, due film orgogliosamente provinciali.Il primo fu un flop totale ma,intanto, la carriera cinematografica aveva preso il suo avvio e, col tempo, con l’esperienza, la preparazione, uno straordinario estro creativo, un’impronta registica sempre netta e personale e il grande talento con cui ha sempre cesellato con cura le sue “creature cinematografiche”, Pupi Avati è diventato il grande regista che è oggi: un’artista solido, raffinato, intelligente, originale e sempre attento alla realtà e agli avvenimenti che hanno accompagnato la sua vita e creato un mondo magico e nostalgico, di grande forza narrativa e di straordinario impatto emotivo. Un regista che, grazie alla sua semplicità alla sua carica inesauribile di umanità e alla sua impeccabile professionalità, ottiene sempre il massimo dagli attori che dirige e tutti, sotto la sua sapiente guida artistica danno sempre il meglio di se stessi, apprezzati dalla critica e dal pubblico, all’unisono.

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