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Namastè. Il senso del dono

10 Maggio 2018 Author :  

Namastè cari lettori

“Quando meno abbiamo, più diamo.
Sembra assurdo, però è la logica dell’amore”.
Madre Teresa di Calcutta

Oggi ho il piacere di riflettere con voi su questa frase e in particolare sul senso del “Donare” oggigiorno. So che parlare di dono oggi è anacronistico, fuori moda, considerando quanto venga osannato l’individualismo piuttosto che la cooperazione. Il frutto diretto di questa modalità d’azione è il dover fare i conti con individui che preferiscono isolarsi nella loro torre d’avorio, piuttosto che condividere parti delle loro esperienze con il prossimo, di fatti un riflesso estremamente negativo di questo andamento lo osserviamo attraverso la cronaca nera (femminicidi, episodi di bullismo, di omofobia, ecc.). Eppure, nonostante questo, esistono ancora persone che preferiscono donare parte del loro tempo, e non solo, al prossimo.

Mi chiedo perché donare?

In primis donare ha una grandissima valenza sociale. Di fatti tutte le realtà associative, di volontariato e non, vengono ad assumere una valenza positiva per la società.
La chiave di lettura del donarsi possiamo ritrovarla riprendendo alcuni concetti della psicologia sociale, ovvero partiamo con il considerare alcuni principi che appartengono ad ogni uomo, ovvero l’empatia, l’interconnessione e l’interdipendenza.
Per empatia (significato etimologico “sentire dentro”) si intende la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo di un’altra persona, sia che esso si tratti di gioia, sia che si tratti di dolore. L’empatia ci consente di interagire con l’altro, sintonizzandoci sul mondo interno dell’altro, riconoscendo in esso parte di sé. È quella capacità che ci permette di entrare in relazione e quindi capire di cosa necessita chi ci sta di fronte.
Utilizzando una metafora: “Non siamo isole disperse nei grandi mari, ma piccoli arcipelaghi!” Ognuno di noi è interconnesso con l’altro e con tutto ciò che lo circonda.
La connessione reale, che è assai diversa da quella in rete, ci permette di percepire il senso profondo dello stare insieme, creando delle realtà, come quelle associative, che hanno come unico scopo quello di promuovere dei momenti di condivisione emotiva per la collettività, come ad esempio servizi di volontariato ospedaliero che donano un momento di sollievo a chi è costretto a letto.
Tra le righe della interconnessione si palesa un altro principio che caratterizza la nostra umanità, ovvero l’interdipendenza. Siamo dipendenti l’un dall’altro!
Per quanti sforzi si possano fare, ogni individuo è legato a doppio nodo con l’altro. Lo stesso individuo che preferisce la solitudine, non sarà mai totalmente indipendente, ma le sue azioni saranno sempre dipendenti dalle azioni di un suo prossimo e viceversa.

Ma cosa ci spinge a donare o a fare volontariato?

Molto spesso sento dire da alcuni volontari: “E’ molto di più quello che ricevo che quello che riesco a donare”.
Nel donare non c’è solo la felicità di chi riceve, ma ancora più importante c’è la gratificazione di chi si fa portatore della questa felicità.
Noi esseri umani siamo programmati a ricercare il piacere attraverso attività che possano gratificarci. Questa teoria è supportata da evidenze scientifiche, poiché quando ci sentiamo gratificati nel nostro cervello c’è un aumento della produzione di dopamina che raggiunge le regioni cerebrali dei lobi frontali, facendoci provare un’intensa sensazione di felicità, e quindi la pulsione a ripetere l’azione. Gli effetti di tale gratificazione si ripercuotono nella vita di tutti i giorni, poiché ci si percepisce utili ed efficaci, e di conseguenza fronteggiamo gli ostacoli nella nostra vita in modo più funzionale.
Questa spiegazione scientifica racchiude in sé tutta la nostra umanità, ovvero l’empatia, l’interconnessione e l’interdipendenza.

Concludo la mia riflessione riportando la mia esperienza da attivista di diverse associazioni di volontariato, con la speranza che qualche lettore possa affascinarsi al mondo del volontariato. Beh! Non è stato semplice a volte confrontarmi con delle realtà molto diverse dalla mia, perché a volte osservare il dolore del prossimo è un richiamo diretto al tuo di dolore. Però osservando il sostegno, l’appoggio e l’unione di più persone diverse tra loro ho imparato a concepire il mio dolore in modo diverso, in modo più consapevole. Questa consapevolezza l’ho portata con me nella quotidianità, ed è stato molto importante capire di non essere sola di essere parte di un tutto, di potersi sentire efficaci ed utili, ma soprattutto che ci sarà sempre una persona che potrà comprendermi e a cui potermi appoggiare temporaneamente, per superare l’ostacolo. E credo di non aver mai avuto un regalo più importante nella vita.
Namastè!

Dottoressa Raffaella Marciano, curatrice Rubrica Namastè
Psicologa - Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale.
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www.psicologamarciano.it
Studio di Consulenza Psicologica e Psicoterapia via G. Matteorri 16, San Valentino Torio (Sa)

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